martedì, 06 ottobre 2009 | Permalink
categoria :

Non ricordo chi lo disse, né il suo tenore letterale, ma suona più o meno così: “un italiano, è spesso un genio; due italiani, un litigio; tre italiani, un partito”. Rende bene l’idea di un popolo talora  genialoide, ma litigioso (per non dire bastian contrario) e tutto proteso verso il proprio ombelico: l’orticello, il particulare guicciardiniano. Nessuna speranza di un comune sentire, di un senso della collettività o addirittura - orrore! - della nazione.

 

La contemplazione del proprio ombelico – ça va sans dire – è un esercizio estetico di autocompiacimento: è la sublimazione della propria diversità, l’adorazione della propria furbizia nell’aver capito ciò che tutti gli altri – beoti! – non hanno capito e non capiranno mai.

 

Ecco, è qui, credo, che nasce un altro tipico vezzo italiano: la dietrologia. Le cose non stanno come si vedono, non corrispondono ai fatti - troppo semplice! - ma ci sta sempre qualcosa dietro. Qualcosa che solo io - che sono più furbo di te - riesco a vedere. Inventare, del resto, è molto più semplice che accertare i fatti e metterli in fila.

 

Ho sotto gli occhi in queste settimane l’ennesimo esempio di ciò che ho appena cercato di dire. Si tratta di due amici: Faber e Su Capitale.

 

Il primo è un artista genialoide prestato alla metallurgia, intelligenza vivissima, informatissimo (quasi maniacale nella ricerca delle informazioni sul mondo che ci circonda), colto (di una cultura onnivora e autodidatta: la migliore), capace di grandi intuizioni. L’altro è un idealista fervente e un imprenditore svogliato, un eterno ragazzo, generoso e buono (ma non privo di perfidie), capace di grandi slanci come di piccole meschinerie.

 

Entrambi sono viscerali (l’uno collerico esplosivo e l’altro collerico implosivo), permalosi (l’uno a fuoco di paglia, l’altro a lunga gittata), impegnati (l’uno con slancio individualista, l’altro con propensione alle masse), dotati di ideali politici (anarchico l’uno, sinistrorso l’altro).

 

Si muovono spesso a braccetto: sul piano tattico, Faber è la mente e  Su Capitale il braccio; sul piano strategico l’inverso.

 

Li ho conosciuti sul terreno del cosiddetto impegno, di livello cittadino. Entrambi desiderosi di cambiare, almeno un po’, quest’orrida Italia berlusconiana.

 

Da qualche settimana, lodano la politica estera di Berlusconi e particolarmente quella energetica, deridono gli antiberlusconiani incapaci di vedere anche le cose positive che il premier fa e soprattutto succubi – quali adepti di una setta – di quelli che considerano i guru di questa assurda religione: la trimurti Travaglio, Di Pietro, Grillo è per loro il male assoluto. Citano articoli nei quali Berlusconi ha fatto bene a scendere in politica ed è visto quale vittima di un complotto (poteri forti e potenze estere, claro): poco importa che l’occasione sia la sentenza di  un giudice civile del Tribunale di Milano, Raimondo Mesiano, un napoletano preparato e brillante, che è uso condire le sue udienze - che non di rado riguardano beghe di minuscole società di persone se non condominiali - con ironia pungente e battute salaci. Il classico servo degli yankee e dei poteri forti, non vi è alcun dubbio. Invero i prodromi di questo loro nuovo indirizzo li colsi già un paio d’anni fa, prima delle ultime elezioni, quando si dicevano arcisicuri che Berlusconi avrebbe perso, essendo ormai inviso ai “poteri forti” (ma chi cazzo sono, poi, questi poteri forti?). E questo la dice lunga sulla loro abilità vaticinatoria.

 

(Quello che mi sorprende, e un po’ mi fa cadere le braccia, è che due menti brillanti come loro non siano più in grado di riconoscere - per narcisismo, per bastiancontrarismo, per vezzo tutto italiano di essere sempre all’avanguardia dell’avanguardia, e così giungere infine nel fronte opposto, combattendo insieme all’invasore - quella che è un’evidenza, e non da oggi: che Berlusconi in vent’anni di televisione mirata ha ridotto le coscienze degli italiani a un colabrodo a colpi di natiche e tette; che poi ha preso il potere con l’appoggio, anzi insediatovi, dalla mafia (perché un tempo Sindona era appoggiato dal presidente del consiglio: oggi Sindona è il presidente del consiglio); che in quasi un ventennio di governo ha posto in essere, senza soluzione di continuità, atti eversivi - tecnicamente eversivi! - e idonei a frustrare e ridurre al silenzio ogni principio costituzionale e di ordinato governo, con la connivenza dell’opposizione, ammansita fin dal 1996.

Che tutto questo, per quanto si sia narcisi e originali, non può essere taciuto da chi abbia ancora a cuore uno straccio di senso civico e di decenza).

 

 

 

 

 

 

jarocommenti commenti (popup)

giovedì, 17 settembre 2009 | Permalink
categoria :
Su Corriere.it, Bruno Vespa dichiara: «Nel fare domande al premier nessuno ha il mio stesso coraggio».

(Tralasciando il merito, di sapore cabarettistico, emerge che il telegiornalista più scodinzolante dell'etere ammette che per fare domande al premier - un esercizio scontato nei regimi democratici - ci vuole coraggio).

§   §   §  

L'avvocatura dello Stato, nella memoria difensiva per conto della Presidenza del Consiglio avanti la Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità del lodo Alfano, afferma che se la Consulta dichiarera' illegittimo il lodo Alfano «ci sarebbero danni a funzioni elettive, che non potrebbero essere esercitate con l'impegno dovuto, quando non si arrivi addirittura alle dimissioni».

(Così riconoscendo la tesi avversa. E cioè che il lodo è stato fatto per proteggere il premier).
jarocommenti (2)commenti (2) (popup)

mercoledì, 15 luglio 2009 | Permalink
categoria :
A chiusura del blog su Ambrosoli, accennavo alle dichiarazioni di qualche tempo fa di Fassino e Veltroni (se non ricordo male) che mettevano nel pantheon del partito democratico Bettino Craxi, scordandosi peraltro di Berlinguer.

L'hanno fatto di nuovo, affinché il concetto fosse più chiaro: sul Corriere di oggi, si legge la dichiarazione di Veltroni su Craxi, «innovò più di Berlinguer».

Il salvagente di Berlusconi - cioè colui che gli aprì il tavolo delle riforme sul finire del secondo governo Prodi, quando Berlusconi era stato mollato da Casini e Fini (che lo irrideva così: «siamo alle comiche finali») - aggiunge: Craxi? «Interpre­tò meglio di ogni altro uomo politico come la società italia­na stava cambiando».

(Su questo concordo. Nessuno come lui seppe assecondare la voglia di balcone degli italiani. E di ville con gnocche, soldi facili, sfregio della coscienza civile e disimpegno. Ché questo era il cambiamento verso cui la società stava andando).
jarocommenti (3)commenti (3) (popup)

lunedì, 13 luglio 2009 | Permalink
categoria :
Rincasavi dopo una serata con gli amici. Una di quelle serate afose e umide, che Milano così spesso infligge ai suoi abitanti, in luglio. Una delle poche serate che ti eri concesso, in quei durissimi anni nei quali fosti incaricato di liquidare la Banca Privata Italiana. La famiglia - la moglie Annalori, i figli Francesca, Filippo e Umberto - in villeggiatura.

Tante volte avevi aperto quel portone a due passi da piazza Sant'Ambrogio, tornando nella notte dopo venti ore di lavoro spese tra le carte di quell'intrico di partecipazioni azionarie che era l'impero finanziario di Sindona; giornate nelle quali venivi di volta in volta fatto oggetto di pressioni e minacce da parte dello stesso finanziere siciliano, da persone vicine al Vaticano e allo Ior (il cui credito tu - cattolico e liberal-conservatore - escludesti dallo stato passivo, avendo le prove della totale connivenza dello Ior con la finanza criminale sindoniana), dagli andreottiani, da ambigui personaggi che solo poi si seppe essere legati alla P2 e alla mafia.

Andasti avanti: dovevi fare il tuo dovere. Nemmeno le telefonate odiosamente allusive di quel picciotto dall'accento anglo-siculo ti fermarono: quelle telefonate, di cui abbiamo le registrazioni, in cui si faceva espresso riferimento al grande capo, a Giulio Andreotti.

Mentre giravi la chiave nel portone, capisti che era giunto il momento quando sentisti da dietro una voce che ti chiamava: «Avvocato Ambrosoli?». Quel momento che avevi previsto in una lettera a tua moglie, mai consegnata: «[...]Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa [...]».

Si scusò, il picciotto con cui avevi parlato più volte al telefono. E poi sparò quattro colpi. Bum, bum, bum, bum. E tu cadesti in una pozza di sangue. In pieno centro a Milano. In una notte di luglio. Tra l'11 e il 12 luglio del 1979.

Umberto, che aveva 8 anni (e che un paio di lustri dopo fu mio compagno di classe al liceo Manzoni), lo venne a sapere dal radiogiornale della mattina, mentre la madre tentava disperatamente di parlar sopra la radio, alzando la voce. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali dell'avvocato Giorgio Ambrosoli.

(Vorrei che le poche persone che leggeranno questo blog andassero a comprarsi il libro di Umberto: "Qualunque cosa succeda", e si leggessero anche - se non l'hanno già fatto - "Un eroe borghese" di Corrado Stajano, da cui è tratto l'omonimo film.
Perché credo che un uomo così debba essere - quanto meno - ricordato, come ha fatto Travaglio l'altra sera, commuovendomi.
Perché vorrei che, come nel pantheon della sinistra uscisse Craxi ed entrasse Berlinguer, in quello della destra - di un'altra destra, sia chiaro - uscisse il mafioso Mangano ed entrasse l'avvocato Ambrosoli.

E' chieder troppo?).
jarocommenti (14)commenti (14) (popup)

venerdì, 08 maggio 2009 | Permalink
categoria :
Leggo oggi sul Corriere che il Pdl ha reagito con stizza alla dichiarazione di Brunetta che invitava Avvenire, critico con il premier amico delle diciasettenni, a guardarsi gli scandali suoi, tipo i preti pedofili.

In particolare, Gaetano Quagliariello - l'ex radicale abortista che ha definito assassino il signor Englaro - ha in proposito dichiarato: «Non dobbiamo abboccare alla tentazione di fare una gara sulle categorie moralistiche».

(Già. E' morale obbligare un malato terminale a subire indicibili sofferenze. Mentre considerare reprensibile che un settantenne vada con le diciassettenni o un prete sodomizzi ragazzini non è nient'altro che moralismo).
jarocommenti (8)commenti (8) (popup)

mercoledì, 22 aprile 2009 | Permalink
categoria :

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?

In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?

Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri. Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo
.

                                                                                                             Platone

Con questo articolo di fondo del filosofo ateniese, liberamente tradotto da Montanelli, quest'ultimo aprì il suo Giornale una mattina del maggio 1992. Uno dei tanti colpi di genio del grande vecchio, che fece appunto commentare a Platone, con un testo di inaudita attualità i fatti di Tangentopoli.

(Un testo che conserva la sua attualità anche oggi. Oggi che quel grande vecchio compirebbe cent'anni).

jarocommenti (15)commenti (15) (popup)

mercoledì, 08 aprile 2009 | Permalink
categoria :
Milena Gabanelli. Mario Monti. Daniele Luttazzi. Margherita Hack. Gherardo Colombo. Roberto Saviano. Dario Fo. Mario Draghi. Marco Travaglio. Emma Bonino. Sabina Guzzanti. Umberto Eco. Maurizio Pallante. Massimo Fini. Pier Camillo Davigo. Stefano Benni. Gino Strada. Nanni Moretti. Massimo Carlotto. Giovanni Sartori.

No, non è ognissanti, né questi signori ambiscono ad alcuna agiografia. E' che l'altro giorno parlavo con il Generale, cercando qualche buon motivo per non vergognarmi di essere italiano. Ho argomentato qualcosa sul fatto che questo Paese produce straordinarie individualità, vere e proprie pepite d'oro la cui qualità sopraffina - che ha potuto forgiarsi per tale proprio in ragione delle straordinarie difficoltà nelle quali si è prodotta - è sconosciuta a qualunque altra nazionalità, e ho balbettato i nomi di Montanelli, Longanesi, Leonardo, finché il mio interlocutore mi ha interrotto dicendo: «Sì, ma forse non è un caso che stai elencando quasi solo persone... morte...».

Ecco, ci ho pensato un po' e mi sono venuti in mente altri nomi. Quelli che ho elencato sopra.

(Qualcuno vuole aiutarmi a obbligarli - loro e gli altri che verranno in mente - a mettersi intorno a un tavolo e prendere in mano la situazione, che - ne converrete con me - è davvero disperata?

Un Paese che produce simili individualità merita di uscire dalla melma nauseabonda nella quale versa. E a farlo non possono essere che delle élites. Ché un popolo degno di tal nome non c'è. E se c'è è addormentato davanti al teleschermo).
jarocommenti (10)commenti (10) (popup)

martedì, 24 marzo 2009 | Permalink
categoria :
Come sa chi ha letto questo racconto, mia nonna fu probabilmente – dico “probabilmente” perché fu assai riservata sul suo passato – una spia per conto del governo nazista tedesco.


Benché morì ch’io ero ancòra un ragazzino, ricordo perfettamente certe sue espressioni disgustate, per tacere di certe parole di fuoco, nei confronti della ragazza dell’epoca di mio fratello, colpevole – benché bergamasca da generazioni – di avere carnagione scura e capelli crespi e neri.

(Si noti che si era pur sempre negli anni Ottanta e dunque non era carino esplicitare il motivo razziale, che pertanto rimaneva sottinteso: semplicemente persone come quella ragazza crespa erano indesiderabili, o comunque criticabili, o genericamente antipatiche o inadatte per motivi che non venivano esplicitati o comunque per motivi futili, se non puramente di facciata).

 


Lo stesso trattamento veniva riservato a tutte quelle persone, appartenenti alla sfera famigliare come a quella pubblica, le cui origini fossero slave, ebraiche, meridionali, mediorientali, africane, ovvero di idee comuniste, socialiste, o anche solo libertarie. Ma anche grassi, brutti, bassi e infermi.


Tutti in famiglia temevano quella donna orribile, dall’indubbio carisma, a parte mio padre, che ne era addirittura succubo.


Per parte mia ero letteralmente sopraffatto d’ira per le sue uscite (ma anche per il loro carattere sottaciuto, non esplicitato), alle quali opponevo dapprima – piccolo antesignano di Lisa Simpson –  argomentazioni razionali, che però sfociavano ben presto in urla. Urla alle quali non arrivavo se era presente mio padre, il quale alla prima mia obiezione gridava furibondo: “Non rispondere! Come ti permetti?!”.


Mia nonna, per parte sua, colma di indignazione per l’intollerabile insolenza di quel piccolo nipote malnato, si limitava a chiedere a mia madre, colpevolizzandola, chi mi avesse messo in testa queste idee. E qui mi infuriavo ancor più, scagliandomi contro quel principio di autorità che aveva informato tutta la sua vita e secondo il quale niente può esser pensato se non è stato detto da una fonte più alta e autorevole di te, ciò che trovavo aberrante.


Ho tralignato. Quello che volevo dire era semplicemente che questa donna terribile mi viene in mente sempre più spesso avendo a che fare con questa Italia immonda e vomitevole. La penso con un ghigno sordido, e quasi ammirato. Penso a quante persone lei avrebbe messo allegramente in un forno crematorio, in base ai suoi sedicenti princìpi. Penso che per alcune di queste, avrebbe oggi il mio entusiastico beneplacito, sia pure per motivi assai diversi. Per esempio queste (tra parentesi i motivi per cui lei li avrebbe infornati):


Maurizio Gasparri (handicappato: ritardato mentale);

Magdi Allam (negroide, probabile pederasta);

Renato Schifani (levantino);

Lucia Annunziata (affetta da quasi mongolismo, filo-israelita);

Joseph Ratzinger (pederasta);

Giuliano Ferrara (obeso, filo-israelita);

Silvio Berlusconi (levantino, basso, grasso);

Gli italiani (levantini).


(E voi chi fareste infornare da mia nonna? Attenzione, dovete fare il vostro elenco solo con persone che anche lei, sia pure per altri motivi, renderebbe saponette. Se no non vale!).

jarocommenti (18)commenti (18) (popup)

martedì, 10 febbraio 2009 | Permalink
categoria :
Quasi dimenticavo: sono tornato a essere un (modesto) consumatore.

Dopo oltre tre anni nei quali i miei acquisti si sono limitati a cinque beni: alcool (non nei pub), cibo (non nei ristoranti), libri, tabacco e benzina.

Per completezza di informazione, questi sono i beni ad oggi acquistati: una felpa Champion con cappuccio, un abbonamento in palestra, una ricarica per il mio Dupont, alcune cene in ristoranti, un paio di pantaloni di velluto nero desulesi, pantaloncini e canotta da palestra, alcuni boxer, un accappatoio in microfibra.

(Ah... E un viaggio a Cuba... Partiamo domani).
jarocommenti (5)commenti (5) (popup)

venerdì, 06 febbraio 2009 | Permalink
categoria :

L’ho fatto. Erano anni che covavo una curiosità morbosa, di quelle di cui ti vergogni, di quelle che fanno male. Perché - fin da quel famigerato 1994 - volevo essere superiore, mi sforzavo con tutto il mio essere di convincermi che una condotta altera, e se mai uno straniamento dal mondo, potessero essere le armi migliori - o le uniche che mi erano concesse - contro l’avvento dello zoticume più abietto, della menzogna elevata a sistema e ad arma di propaganda, contro l’avvento della calunnia, dei manganelli catodici, dello spregio per le istituzioni e le leggi.

 

No, mi dicevo, devi avere la freddezza dell’entomologo. E andare. Osservare, sezionare, studiare quelle blatte rivoltanti, annusarne i miasmi, ascoltare il frusciare dello loro zampette pelose. Analizzare, sviscerare, anatomizzare quegli esapodi cancerosi che - come zecche  - avrebbero dissanguato il Paese. O quel che ne restava.

 

Non ce l’ho mai fatta, non ne ho mai avuto il pelo sullo stomaco. Fino a ora. Ora, che il Paese è ormai ridotto a un cadavere putrescente. Ora, che la parabola si è compiuta più e meglio di qualunque più funesta previsione. Ora, che non c’è più niente da fare. O non fare. Ora che sai che tanto è tutto inutile.

 

Ora sì. E così, qualche settimana addietro, sono andato a una loro convention - così la chiamano, con il loro inglesotto da piccoli parvenus di provincia. Precisamente, l’apertura della campagna elettorale regionale, con la presentazione del Candidato.

 

L’epifania del Capo è preceduta dalla musica assordante degli altoparlanti, che - in uno sventolio ossessivo di bandiere - mandano a ripetizione una canzoncina idiota il cui ritornello (o meglio: il cui intero testo) è il seguente: “Meno male che il Capo c’è!”. Non è colore: ha uno scopo preciso. Il volume serve per rintronare, le bandiere per creare un clima finto festoso, la ripetitività del messaggio - semplice, consolatorio, assertivo - per convincere menti grulle.

Si tratta di tecniche di marketing, e neppure nuove: ho sùbito pensato a una causa che feci (e vinsi) alcuni anni fa per due gonzi che, esattamente con questi metodi, si ritrovarono ad aver sottoscritto un contratto per una multiproprietà che non avevano alcun interesse a concludere: il Giudice riconobbe che quelle tecniche (e altre che furono poste in essere) erano idonee a integrare un vizio del consenso tale da determinare l’annullabilità del contratto.

 

Ripensando all'entomologia, mi guardo intorno. Ci sono borghesotti di provincia, un gran numero di homines novi, cioè a dire palazzinari e ogni sorta di arricchiti. Soprattutto vi è, al gran completo, il sottoproletariato urbano, o ventre molle dell’elettorato.

Davanti a me, tre obesi (presumibilmente marito, moglie, sorella di lei), fulgido esempio di lumpen-proletariat: vestiti di stracci, sdentati, maleodoranti. Lui bercia sputacchiando facezie ammirate all’indirizzo del Capo, la sorella in disparte di fianco alla moglie, che, sottomessa al marito, applaude ogni volta che deve. Interrompe gli sputacchi del marito solo due volte: quando lui - dopo che sono stati accompagnati fuori dalle forze dell’ordine alcuni giovani contestatori - si alza per andare a riempirli di mazzate («voglio solo vederli, non faccio cazzate, giuro» protesta lui, mentre lei lo ammansisce gettandogli un osso); e poi quando - alla fine dell’abituale infinito sproloquio del Capo - lei chiosa in modo superbo: «Che ce famo de magnà, stasera?» (l’accento non era quello, ma il romanesco rende meglio la situazione).

 

Il Capo, nel tripudio, sale sul palco, insieme al Candidato. Sono laggiù, lontani, su un palco altissimo, ma tendi a guardarli su uno dei maxischermi, perché l’occhio della telecamera rimanda un’immagine più vicina e più chiara. E anche questo è un effetto studiato.

 

Il Capo si arrampica con il braccio fin sulla spalla del Candidato, come da copione consolidato (stesse identiche scene durante le recenti elezioni abruzzesi), e lo presenta alla plebe  - che in effetti non lo conosce, perché ormai il Capo si diletta a presentare dei signornessuno per sfamare la sua volontà di onnipotenza -  in uno sfavillio di battutacce da diporto e rappresentazioni familistiche da mulinobianco.

 

Il Candidato - un professionista stimato che nel privato è persona mite e signorile, dalla stretta di mano decisa e dal basso tono di voce, un poco timido, e fors’anche schivo - è costretto dalle rigide disposizioni dello staff del Capo a ricalcare in maniera pedissequa gli ormai consolidati (e riconoscibilissimi) stilemi di quest’ultimo: le braccia larghe appoggiate al palchetto, la mano sul cuore durante gli applausi, sorrisi finti di scimmia, voce tonitruante per gli slogan («Centomila-nuovi-posti-di-lavoro! Ce-la-faremo! Ce-la-faremo!»).

 

L’effetto - per questo sobrio fiscalista più avvezzo ai toni composti dei consigli di amministrazione che non a plebaglie festanti - è piuttosto imbarazzante: le posture gli sono del tutto aliene, i sorrisi scimmieschi assai imbarazzati, la voce, disabituata ai toni alti, gli diviene stridula.

 

(Ma lo strazio dura poco. Il discorso del Candidato dura non più di dieci minuti. Poi è già di nuovo tempo di cedere la parola al Capo, quasi invocato come una liberazione dallo stesso Candidato, evidentemente sollevato dal poter lasciare il palco. E scrollarsi di dosso - almeno fino al prossimo comizio - quelle pose ridicole da guitto).

jarocommenti (5)commenti (5) (popup)

giovedì, 15 gennaio 2009 | Permalink
categoria :
In certi giorni vien voglia di dar ragione al buon vecchio Walt.

(Versione Griffin, claro...)

 
jarocommenti (15)commenti (15) (popup)

martedì, 23 dicembre 2008 | Permalink
categoria :
Ratzinger: «No a cambi di sesso: solo Dio decide chi è uomo e chi è donna».

(Già. Per sentirsi donna è sufficiente indossare leziosissime babbucce rosse di Prada, curare con maniacalità la piega del proprio ciuffo, e accompagnarsi con giovani e aitanti segretari personali).
jarocommenti (14)commenti (14) (popup)

martedì, 16 dicembre 2008 | Permalink
categoria :
Sia messo a verbale: Cobolli Gigli, presidente della Juventus F.C., porta sfiga. Ve ne siete accorti? Ogni volta che parla, seguono sconfitte: all'inizio del campionato, dopo che la Juve infilò due o tre buone partite, dichiarò: «Vogliamo lo scudetto!». Ne sortì un filotto disastroso: due pareggi e due sconfitte.

Riprese a proferir verbo - inopinatamente! - prima di Inter-Juve. I bianconeri venivano da sette vittorie consecutive, e il menagramo sentenziò: «Batteremo anche l'Inter!». Inutile dire quale fu il risultato.

Ora, dopo la splendida vittoria dei giovani leoni travestiti da zebre, il nostro
- che mentre rilascia le sue dichiarazioni,  batte i tacchi e ne risulta una postura caracollante - ha di nuovo aperto quella sua boccaccia sabauda.

(E io che speravo di convincere il Nònno a vedere - visto il buon periodo - anche una di quelle partitacce che lui non ama, Atalanta-Juve...).
jarocommenti (8)commenti (8) (popup)

martedì, 09 dicembre 2008 | Permalink
categoria :

Faccia di Robert De Niro e voce di Ferruccio Amendola: ora siete pronti per leggere il pezzo che segue.


«Cosa cazzo continuate ad andare in quell’Europa di merda? Eh? Perché? Why? Col cazzo che lo capisco. Per vivere la cultura? Per assorbire l’atmosfera? Per crearsi dei contatti? Eh? Ma piantatela! Mi sentite? Porca puttana, risparmiatemi queste stronzate del cazzo. Voi ci andate perché secondo voi quelle città di merda sono belle, ecco perché. Eh? Ma porca troia queste cacate ve le potete anche risparmiare. Dovete dovete dovete cominciare a capire quanto facciano vomitare, mi sentite? Vomitare queste città con la loro aura storica e tutti quei monumenti e i bei palazzi e la vita che pulsa e i suoi abitanti urbano-intellettuali. Non potete continuare ad essere in balia di questa merdosa pienezza di significato così come state facendo. Smettetela di apprezzare le grandi città europee. Mi sentite? Basta! E non provateci neanche a farvi piacere i piccoli luoghi incantevoli! Cazzo! Non provateci! Col cazzo che vi permetto di farmi questo».

Avete appena letto una delle strepitose invettive/sfuriate di Simpel, il mio nuovo fottutissimo eroe. Iracondo, carismatico, misantropo, umorale, amorale, incazzoso, strambo, super-ultra-politicamente-scorretto, istrionesco, tenero e in fondo anche donchisciottesco, potete fare la sua conoscenza acquistando il mirabolante romanzo di esordio di Matias Feldbakken, un ragazzo del 1973, danese ma norvegese d’adozione, sorta di jamesdean dei fiordi, almeno stando alla sua foto sulla quarta di copertina, ove è ritratto – impietosamente bello – con la sigaretta floscia, penzoloni sulle labbra.


The Cocka Hola Company, pubblicato nel 2001, è da poco uscito in Italia per gli orrendi tipi di Mondadori - Strade Blu (pagine tagliate male, refusi a gogò, sciatteria nell’uso delle regole dattilografiche). Racconta la storia di un gruppo di strampalati amici che mettono su una casa di produzione di film porno, ove la moglie di Simpel è una delle attrici principali e Casco e Tiptop, suoi amici, gli stalloni di punta. Ma i film porno, di cui pure i nostri eroi sono finissimi cultori, avendo anche stilato un decalogo di regole auree per la loro realizzazione (e il libro si apre proprio con la scena in cui si vìola una di queste regole auree, cioè il divieto di rappresentazione di qualunque forma di omosessualità maschile: in una complicata performance di threesome, Tiptop finisce per prendere in bocca la mazza di Casco…). Ma i film porno - dicevo - non sono altro che una forma di finanziamento per quelle che sono le attività principali del gruppo, e cioè le “azioni”: di resistenza, di opposizione, verso il resto del mondo, la sua ipocrisia, i suoi meccanismi perversi (è questo in effetti il primo romanzo di una trilogia della Misantropia scandinava, ma gli altri due testi non sono ancòra usciti in Italia). Obbiettivi di queste azioni, straordinariamente dissacranti e spesso irresistibilmente comiche (sul pullman che mi portava a Orio al Serio, deve essere stato piuttosto faceto, per gli altri passeggeri, vedermi sghignazzare da solo, tentando ignominiosamente di coprirmi con il libro davanti alla faccia) sono vecchi, bambini, critici americani, designer, operatori culturali, alcolizzati, famiglie del vicinato, e così via.


Avrete capito che questo romanzo sarà il mio libro feticcio del 2009 e dunque il vostro tormento e tormentone (per chi si fosse perso le puntate precedenti, il libro feticcio del 2004 è stato “Q”, nel 2005 il mitico “Eureka Street”, nel 2006 "La trilogia della Città di K", nel 2007 “La trilogia sporca dell’Avana” e nel 2008 “L’eleganza del riccio”).


Insomma, non potrete non innamorarvi anche voi di Simpel (e della sua banda), di cui vi voglio infliggere un’altra perla: nel brano che segue è alla prese con la madre di un compagno di classe del figlio (sì, Simpel ha un figlio, che non si capisce se sia un genio o un demente) alla festa pre-natalizia della scuola («Non c’è niente al mondo che mi faccia più schifo dei valori comuni. Niente mi repelle maggiormente. Per essere del tutto sincero, stasera mi sono portato Casco perché avevo una paura folle di questa festa natalizia di merda, non esiste posto al mondo che abbia una maggiore densità di valori comuni che gli incontri tra genitori. Di principio preferirei giacere sua una delle tavole da esperimenti di Dachau che stare qui seduto»). Ecco qui:


«…sa cosa dice del trattore? E’ così divertente! Sì, il mio piccino comincia proprio a esserlo per davvero. Lei ha bambini piccoli? Il trattore è…»

Simpel la interrompe.

«Scusi, non è per essere odioso o cosa, ma le è mai venuto in mente che ognuno dei venti miliardi di mocciosi nati nel corso della storia ha detto e-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e le stesse cose e che esiste la possibilità che per me sia una palla gigante starmene qui a sentire che suo figlio segue lo stesso modello?»

La donna tace mentre Simpel si gira verso il centro del tavolo. […] Poi dalla sinistra giunge il rumore di qualcuno che si sta raschiando la gola: la donna con il bambino ha evidentemente avuto il tempo di riflettere ed è interessata a controbattere. Si schiarisce nuovamente la voce per costringere Simpel a girarsi del tutto verso di lei prima di sentenziare:

«Una volta ho letto un libro, non ricordo precisamente quale, qualcosa su cui potrebbe riflettere e cioè: sai cos’è… no… sai cosa recepisce di te un perfetto sconosciuto nell’arco di tre minuti che tu non hai mai compreso? Cos’è?»

«Che sei scema?» suggerisce Simpel sentendo qualcuno ridacchiare accanto a lui.


(Non è adorabile?


Ho comprato questo libro a Milano, dove mi sono recato per un’udienza. E sapete – per dirla con Simpel – a quando mi hanno fissato la prossima udienza quei fottuti parrucconi del cazzo? Alla fine del 2011, quando quel vecchio parassita rincoglionito del mio cliente, ottuagenario, sarà già bello che crepato! Sì, devo liberarmi di Simpel al più presto…


Di libri, ne ho comprati altri due: Né qui né altrove, un regalo per la signora®, che - come me -  è ghiottissima di Carofiglio, e dei suoi noir baresi.


E un saggio storico su Ronald Reagan, La parabola di Ronald Reagan - Da Hollywood all’ascesa dei neoconservatori (ombre corte editore): in epoca di Obama-mania, mi pareva sano studiare un grande - nel bene e nel male - Presidente del passato; e dell’opposta sponda. Un po’ come feci quella volta che usciva un nuovo album del Boss in contemporanea mondiale e - con Bassifondi e il Generale - andammo all’apertura straordinaria notturna della Feltrinelli per acquistarne una copia. Alla fine, mi feci con loro tutta la fila, e giunsi alla cassa con una copia di Darkness On The Edge of Town (anno 1978), disdegnando l’album appena uscito. La cassiera mi guardò perplessa e mi chiese: «Quello nuovo non lo prende?». «No» risposi, volgendo i tacchi).

 

 

 

jarocommenti (36)commenti (36) (popup)

venerdì, 07 novembre 2008 | Permalink
categoria :
Bene. Il Papa frocio ce l'abbiamo. Il Presidente americano negro, pure. Ora ci manca solo un Presidente del Consiglio ritardato.

(...Ehi! Ma abbiamo pure quello!)
.
jarocommenti (9)commenti (9) (popup)

mercoledì, 05 novembre 2008 | Permalink
categoria :
Mentre stamane guardavo quell'uomo giovane e bello come un discobolo d'ebano pronunciare con voce flautata e forte d'attore il discorso d'insediamento alla Presidenza degli Stati Uniti, a un certo punto i miei pensieri sono volati per conto loro, come talvolta mi càpita quando ascolto musica che amo.

Così
mi sono sorpreso a pensare che quello che stavo guardando era un film tanto patinato quanto irrealistico, financo un po' inquietante, con quelle masse pronte a ripetere "Yes we can" al momento stabilito, quasi fossero sotto il pulpito di un predicatore.

Quando poi ho nuovamente realizzato che quel ragazzo dai lineamenti perfetti e dalla pelle color  cannella stava davvero pronunciando il discorso d'insediamento alla Presidenza americana, beh,
il senso di straniamento è stato forte: sogno o son desto?

Avete sentito il suo discorso? "Non siamo mai stati un insieme qualunque di individui. Siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d'America". Una frase così, in Italia, suonerebbe beffarda.
 
Locandina Gomorraday
Siamo e saremo sempre un Paese dove, per fare uno dei mille esempi, scrivere un libro denuncia sulla camorra obbligherà il suo autore a emigrare e a subire minacce, sia quelle esplicite, sia quelle - ancor più odiose - velate. Un Paese dove il direttore di un telegiornale nazionale non trova di meglio da dire, sul suo conto, che con il suo libro ha fatto un sacco di soldi. La stessa identica tecnica usata dai camorristi nei territori da loro governati: "non fidatevi, ha scritto tutte quelle balle solo per far soldi".

(Ecco, in un Paese così, l'unica cosa che "Yes, we can" è provare a credere ancòra una volta che le parole siano importanti. Che sia importante dirle chiaro e forte. A voce alta, in strada. Come faremo sabato 8 novembre, quando, in occasione della venuta a Cagliari di Roberto Saviano, faremo una maratona di letture di brani tratti dal suo Gomorra in giro per la città.
Perché di certo non siamo "gli Stati Uniti d'America", ma forse neppure "un insieme qualunque di individui")
.





jarocommenti (8)commenti (8) (popup)

martedì, 07 ottobre 2008 | Permalink
categoria :
Sono appena stato informato via sms da Roma di aver vinto il Premio Nobel per la Fisica.

(Con tanti saluti al Generale...)
jarocommenti (11)commenti (11) (popup)

lunedì, 06 ottobre 2008 | Permalink
categoria :

Nónna, da qualche giorno, mi guarda con occhi diversi. Precisamente, dal giorno della caduta di Lehman Brothers Inc., e più ancòra in seguito al rocambolesco salvataggio di Aig.

In effetti, l'inverno scorso, in uno dei miei deliri visionari, gli avevo tratteggiato lo scenario a tinte fosche di un capitalismo sul ciglio dell'abisso, ove presto sarebbero cadute le prime banche, e ciò avrebbe provocato un effetto domino di livello planetario, una banca via l’altra, e poi le finanziarie e le assicurazioni, giù giù fino alla chiave del sistema, la moneta  - il dollaro come l'euro - ridotta a carta straccia. Come il marco negli Anni Trenta, quando i tedeschi andavano a comprare un tozzo di pane pagando con carriole piene di quattrini.

Oggi qualcosa di simile pare stia cominciando a realizzarsi: per questo Nónna mi guarda come si guarda un profeta. Ma non mi pare che si stia cogliendo - né da parte dell'opinione pubblica, né da parte dell’uomo della strada – la portata epocale degli eventi che stiamo vivendo.

Io credo si stia combattendo una battaglia colossale, sanguinosa, drammatica, il cui assordante silenzio rimbomba solo nelle orecchie di chi, come cani con gli ultrasuoni, è predisposto a sentirlo.

Non la sentivate l'eco del clangore delle spade che risuonava nello storico discorso di Bush del 24 settembre scorso, quando finalmente – dopo ventiquattr’ore drammatiche, forse le più drammatiche della storia del capitalismo – si decise di salvare Aig e iniettare 700 milardi di dollari (diconsi settecento miliardi)  nel sistema, con tanti saluti alla “mano invisibile” del Mercato? Ma andava fatto, oh se andava fatto: la caduta di Aig, lo riconoscono tutti, avrebbe senz’altro determinato quell’effetto domino di scala planetaria, con conseguenze incalcolabili.

Nondimeno, quel discorso di portata epocale – in cui si tratteggiava a tinte durissime un futuro di lacrime, sangue e miseria, un futuro da “day after” – è passato quasi inosservato, se non addirittura ironicamente sminuito come una drammatizzazione unicamente volta a far digerire al popolo statunitense il pesante intervento governativo sull’economia.

Nossignore, nessuna drammatizzazione a scopi politici: quella di Bush è stata nient’altro che la cruda e realistica descrizione della caduta del sistema capitalistico.

Che poi – ma non l’avete sentito? – non era Bush che parlava.
Un inetto come lui mai avrebbe potuto non solo concepirlo, ma neppure leggerlo, un discorso così. Eppure è così chiaro… Lo “spirito del capitalismo”, ecco il ventriloquo che si è servito di Bush, unica marionetta in grado di irretire le plebi una volta ancora, paventando che la fine del Capitale sia la loro fine. E non l’inizio di un’epoca nuova.

Il Capitale – i banchieri in doppiopetto, i petrolieri coi gemelli ai polsi, i capimafia in gessato, i padroni delle multinazionali, tutti questi uomini che muovono le leve del mondo e che oggi stanno combattendo, con la stessa violenza che usano negli affari, una battaglia terribile perché li riguarda, cioè riguarda la loro stessa sopravvivenza; tutti questi uomini che in quelle ventiquattr’ore drammatiche devono aver fatto la voce grossa con lo staff del Presidente, devono avergli sbraitato in faccia, a quell’inetto che è il primo dei loro servi, che “si fa così o è la fine per tutti”, taglieggiandolo con quella stessa ferocia che avrebbero usato con un concorrente, ma con un pathos diverso, perché stavolta c’era anche la paura nei loro occhi furibondi. Il Capitale, dicevo, venderà cara la pelle.

E se ancòra una volta se la caverà – per qualche anno ancòra – ci leveremo il cappello, come sempre in passato: e anzi fin d’ora gli portiamo tutto il nostro rispetto per la caparbietà disperata con la quale lotta per la propria sopravvivenza. A maggior ragione se si considera che il Capitale - il suo spirito, lo “spirito del capitalismo” – ben lo sa che questa non è una crisi strutturale, non è una depressione come tante del passato, non è un nemico da sconfiggere come lo fu il comunismo, e non è nemmeno una riedizione della storica crisi del Ventinove.

(No, il Capitale lo sa. Sa che questa è la battaglia finale. E sa che la sconfitta è ineluttabile, perché non si può vincere contro la fine delle risorse terrestri. Ché questo e nessun altro è il motivo ultimo della crisi di questi giorni, o meglio: della battaglia all’ultimo sangue che si sta consumando dietro le quinte del teatro delle marionette che ci viene ogni giorno ammannito).

jarocommenti (16)commenti (16) (popup)

mercoledì, 03 settembre 2008 | Permalink
categoria :
Da un po' collaboro con una pubblicazione locale: scrivo articoletti di costume. A luglio, ho mandato un pezzo sulla vicenda Carfagna-Berlusconi, sviluppando quello già scritto su questo blog; in più, ho commissionato a Zorro una vignetta, che lui ha eseguito come al solito benissimo. Mi hanno censurato sia l'uno che l'altra.

Che poi "censura" è una parola grossa, beninteso: la verità - mi è stato detto - è che il pezzo è bruttarello, e la vignetta volgare.

Ora, che il pezzo fosse bruttarello non discuto: solo, mi son chiesto (e ho chiesto loro) cosa sarebbe successo se avessero giudicato alla stessa stregua uno degli svariati (e innocuissimi) pezzi precedenti. Siamo proprio sicuri che l'avrebbero cassato chiedendomi un nuovo pezzo (come accaduto in questo caso), o forse non avrebbero lasciato correre, pensando: "bah, il prossimo sarà migliore; e se non fosse, decideremo se avvalerci ancòra di questa collaborazione"?

Ciò di cui mi preme discutere è invece la vignetta, che subito vi mostro qui sotto.

rialzati02


































L'avete vista, sì? Bene. Il motivo addotto per la non pubblicazione - chiamiamola così - è stata che la vignetta era volgare, e tutta incentrata sul sesso.

Ora, a me sembra che tutto si possa dire di questa vignetta - del suo messaggio, di ciò che essa esprime - tranne che sia incentrata sul sesso. Non credo ci sia bisogno di spiegarlo: nella vignetta, che rappresenta il Presidente del Consiglio (e la Carfagna) alle prese con una defaillance erettiva (circostanza che sarebbe trapelata dalle intercettazione del luglio scorso), Berlusconi intima al suo uccello di rialzarsi, utilizzando lo slogan delle scorse elezioni. Messaggio: Berlusconi tratta il Paese alla stessa stregua di una parte di sé, e specificamente del suo uccello. Si ironizza cioè sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam, sulla personalità egocentrica del premier, etc. Non sul sesso.

(Ma sono interessato alla opinione di chi abbia voglia di esprimerla).
jarocommenti (22)commenti (22) (popup)

giovedì, 24 luglio 2008 | Permalink
categoria :
Terrazzo di Villa Balorda. Esterno. Sera.
Sul tavolo, le tracce di una cena mitteleuropea nella profonda Atlantide. Una allegra famigliola ceca - madre, padre, due figlie - socializza coi padroni di casa, discorrendo in un inglese improbabile e impartendosi reciprocamente altrettanto improbabili lezioni ceco-italiano.

Ad un tratto, la figlia minore - 16 anni - pare ricordarsi di qualcosa, e con una certa concitazione pronuncia una frase che suona più o meno così: «Uuh! Archtzw hekltoz pills kwardtkl!».

Un punto interrogativo si disegna sui volti dei padroni di casa indigeni, e la madre si premura sùbito di spiegar loro che: «Nulla, Gabi si è appena accorta di aver lasciato in macchina le pillole anticoncezionali».

(Sapevamo già da precedenti visite in Boemia che i cechi covano - giustamente - un profondo rancore verso il regime comunista sotto il cui tallone hanno vissuto per decenni, e la famigliola in parola ce l'ha ampiamente confermato, in questi giorni.
E' perciò sommessamente, e un poco sottovoce, che diciamo che nondimeno quel regime un bel regalo gliel'ha fatto: cioè a dire, una popolazione che vanta il 90% di persone atee, come ci spiegò a suo tempo la guida ceca che ci fece visitare Praga. Con la non trascurabile conseguenza che una madre e un padre di una sedicenne parlano delle pillole anticoncezionali di quest'ultima con totale nonchalance).

jarocommenti (14)commenti (14) (popup)

giovedì, 10 luglio 2008 | Permalink
categoria :
Ho ricevuto questo pezzo da Faber Dedonsk, quello strano artista che in una notte di gelido maestrale mi regalò una sua bellissima opera, La tentazione.

Lo pubblico volentieri. Parla del G8, che anche a me pare un ormai frusto e stucchevole teatrino di burattini: da una parte, dentro lussuosi edifici, i potenti; e dall'altra - fuori, per le strade - i manifestanti che recitano la loro solita ripetitiva cagnara. Ma il burattinaio è un altro, e sta dietro la scena.

"Berlusconi ha confermato, l'altro giorno, che il G8 si terrà  a La Maddalena. Ma secondo te tutto questo agitarsi per il G8 ha un senso? Ha un senso il preparare iniziative di protesta contro? Hanno un senso tutte queste riunioni di comitati vari? In provincia di Cagliari, in Sardegna con i comitati sardi ed in Sardegna per la riunione nazionale dei comitati a formare IL comitato nazionale? Io sto cominciando a pensare di no. Secondo te contano davvero qualcosa oggi, dopo l'11/9 le riunioni dei G8? Secondo me no. Forse le riunioni del G8 non contano niente. In tempi di capitalismo assoluto, il cui flusso..... un flusso il capitalismo assoluto: non ha connotazione localizzata, non italiano, non americano, non russo. Non ha "identità". Può essere italiano, americano, cinese allo stesso tempo. E' capitale e pecunia non olet. O perlomeno puzza nello stesso modo dappertutto: sempre uguale, produce sempre gli stessi effetti, una massa in movimento: un flusso. E' un flusso che travolge tutto, all'inizio travolgeva solo i singoli - il singolo si liquefà travolto dal flusso - poi i gruppi poi.... ora travolge le identità nazionali e gli stati nazione. Contano qualcosa alla luce di queste considerazioni le riunioni delle democrazie pi avanzate del mondo? Le democrazie sono governate dal capitale. Sono appendice del flusso, ne costituiscono una protuberanza necessaria (in certi ambiti - quello europeo per esempio) e come per tutte le protuberanze/escrescenze si può tranquillamente farne a meno: il taglio della escrescenza (la mancanza di democrazia) non inficia la sopravvivenza del "corpo", anzi. E quello che sta succedendo anche qui da noi in italia. Stiamo diventando sempre più poveri per colpa del costo dell'energia, e questo fatto non colpa delle sole speculazioni finanziarie sulla materia prima petrolio, ma in particolar modo della scarsità della stessa materia prima o della percezione di questa. Quindi il G8 non ha valore (non ha l'importanza che gli si attribuisce), e di conseguenza non hanno importanza le manifestazioni contro. Sembra una specie di teatrino nel quale si deve svolgere la rappresentazione necessaria. C'è qualcosa che sovrasta l'importanza del G8, un "centro decisionale", un'entità, di valore più elevato: con il reale potere decisionale, il resto segue "a cascata". Stiamo per assistere alla fine dello stato di diritto per come lo hanno conosciuto le generazioni cui apparteniamo noi. Hai visto a cosa servito il G8 in Giappone? A fare le solite dichiarazioni ed a dire di volere stanziare un miliardo di dollari per la questione della fame etc. Warren Buffet (e non solo lui) se volesse, potrebbe stanziare decine di miliardi di dollari per un problema qualsiasi, figuriamoci cosa potrebbero, se volessero, fare i componenti del G8 presi insieme. Probabilmente un punto focale proprio questo: il privato potrebbe fare di pi del pubblico - anche a livello globale. Il privato conta più del pubblico perché il pubblico non esiste; esistono solo i flussi di capitale che naturalmente si indirizzano verso dove più conveniente. Per alcune centinaia di manifestanti contro c'è stato un dispiegamento di migliaia di poliziotti bardati in tenuta da combattimento: una pena sia da una parte che dall'altra. Sulla questione ambientale la Cina e l'India faranno i cazzi che vogliono così come gli altri (a parte quello che possono dichiarare); fanno i cazzi che vogliono e lo dichiarano tranquillamente perché hanno la forza economica per poterlo fare. Hai visto che all'inaugurazione delle olimpiadi di Pechino ci vanno tutti, americani ed europei, nonostante le precedenti dichiarazioni? "

(Faber gradisce il dibattito, e di solito vi si cimenta con lo spadone: provocatelo!)
jarocommenti (5)commenti (5) (popup)

venerdì, 04 luglio 2008 | Permalink
categoria :
Dal Corriere online di oggi: «Carfagna sotto attacco. Ma la solidarietà è bipartisan».

(Leggi:
sono tutti in fila per poterle accarezzare i capelli. Con una lieve pressione verso il basso, claro...).

§   §   §  

«Il paragone con la Lewinsky è una volgarità gratuita» dice la - sedicente - giornalista Ritanna Armeni.

(Vero. Infatti non risulta che la Carfagna abbia sbrodolato sulla camicetta).

§   §   §  

Antonio Martusciello, di Forza Italia: «Siamo nati proprio per portare nel Palazzo chi non aveva a che fare con le vecchie liturgie della politica».

(Anfatti. Molto meglio portarci chi ha avuto a che fare con vecchi arnesi nella mutanda).

§   §   §

Anche la scrittrice Lidia Ravera difende il ministro Carfagna: «È un bersaglio fin troppo facile».

(Gran(de) bocca, è vero).

§   §   §

La leghista Carolina Lussana, sempre sulla Carfagna:
«Non conta da dove si viene, conta quello che si fa».

(E la Carfagna deve averlo fatto benissimo!)

§   §   §

Da "La Repubblica" online dell'altro giorno: «Mara Carfagna ha convocato le deputate Pdl e ha illustrato il ddl sulla prostituzione che porterà al prossimo consiglio dei ministri».

(Il solito provvedimento ad personam?)




jarocommenti (6)commenti (6) (popup)

giovedì, 26 giugno 2008 | Permalink
categoria :
«Berlusconi surriscalda la platea»: così il Tg5 di stamane descriveva i sonori fischi di contestazione alla delicata metafora del premier sui giudici cancro del Paese.

(Geniale forma di disinformatzja, no?).
jarocommenti (5)commenti (5) (popup)

martedì, 24 giugno 2008 | Permalink
categoria :
«[...] La legislatura emersa dalle elezioni di aprile ha un aspetto più ordinato del solito, quasi britannico. Tanto che Veltroni ha addirittura un "governo ombra" in puro stile Westminster. L'idea di opposizione del leader del Pd, tuttavia, è ben poco britannica.
Veltroni si è lasciato sfuggire un'occasione dietro l'altra per mettere in difficoltà il governo, contribuendo così a rafforzare la popolarità di Berlusconi, cresciuta molto dopo le elezioni.
Una di queste occasioni si è presentata quando, durante una trasmissione televisiva, il giornalista Marco Travaglio ha ricordato che il presidente del senato, Renato Schifani, è stato socio d'affari di persone successivamente condannate per reati collegati alla mafia. Invece di chiedere spiegazioni, la capogruppo del Pd al senato, Anna Finocchiaro, ha definito le parole di Travaglio "inaccettabili"
[...]
Che succede? Veltroni afferma di puntare al "dialogo". I vantaggi per Berlusconi sono evidenti: può scrollarsi di dosso la sua vecchia immagine e riemergere come l'uomo del consenso, magari per candidarsi alla presidenza della repubblica. Molto meno chiari sono i vantaggi per la sinistra [...]»

Sono stralci di un articolo pubblicato non sull'Unità, né sul Manifesto. Bensì su uno dei testi sacri del liberismo internazionale, The Economist, che offre una - lieve e ironica - lezione di democrazia ai soloni nostrani e ai loro squallidi suggeritori inginocchiati nelle redazioni dei giornali, convinti che fare un'opposizione inglese significhi sguazzare allegramente nella stessa porcilaia.

(E chi ha letto gli articoli di Panebianco e Ostellino linkati nel post qui sotto, si diverta a scovare le sette minuscole differenze tra questi e il pezzo dell'Economist...)

jarocommenti (4)commenti (4) (popup)

venerdì, 20 giugno 2008 | Permalink
categoria :
Il Governo approfitta come d'abitudine delle grandi manifestazioni sportive (che occupano la prima, la seconda e la terza notizia di tutti i telegiornali), oltre che del periodo pre-estivo,  per operare e condurre in porto le manovre eversive - eversive in senso tecnico - cui ci ha abituati da un quindicennio: le ultime sono la legge sulle intercettazioni, che impedirà di perseguire con successo non solo i reati per i quali è stata emanata (cioè quelli contro la pubblica amministrazione, temuti dalla classe politica), ma anche tutti gli altri, compresi, tanto per fare l'ultimo esempio, gli orrendi abusi compiuti nella clinica Santa Rita. E la legge c.d. salva premier, che sospende tutti i processi per reati commessi precedentemente al 2002, compreso dunque il processo per corruzione - c.d. processo Mills - che coinvolge il premier italiano.

Si tratta, oltre che di abominii giuridici, di uno sconcio morale (sì, morale: una parola che qui in Italia non si pronuncia più, ma che si legge spesso sulla stampa internazionale, proprio con riguardo alle vicende italiane), volto com'è a disgregare quello che resta dell'apparato della Giustizia, e a garantire per l'ennesima volta l'impunità del premier, e della classe politica corrotta e collusa che lo circonda. L'Europa assiste perplessa e a tratti sgomenta: basta buttare un occhio agli articoli dei maggiori quotidiani europei e nord-americani.

Veltroni, capo del partito di opposizione ampiamente connivente con il regime berlusconiano, smette per un momento di reggere l'ombrellone con cui fa (governo)ombra alla maggioranza spaparanzata al sole e allegramente intenta a far coriandoli della residua credibilità nazionale, e timidamente fa notare che forse non sarebbe il caso. Più per pudore che per convinzione.

Tutte cose già viste e riviste negli ultimi anni, certo. Una cosa però mi ha colpito: la reazione del Corrierone, che chi conosce la storia, sa essere un termometro affidabile della "temperatura" del Paese.

Bene, di fronte a questa timida alzata di sopracciglio dell'opposizione, sono subito intervenute due delle firme principali del foglio: due che Montanelli, negli ultimi anni, chiamava con sprezzo "i liberaloni", cioè gente che amava riempirsi la bocca con il proprio supposto liberalismo.

Dapprima Panebianco, che ironizza sul ritorno, sulla bocca dell'opposizione, di parole come «regime» e «derive autoritarie» (come se non fossero l'ovvia didascalia di quanto sta accadendo da molti anni a questa parte), e non contento arriva a rimpiangere il fatto che il premier abbia così pochi poteri e non possa dunque finalmente governare «con vero piglio decisionista».

Il giorno dopo Ostellino, ricorda all'opposizione, con il suo solito stile mellifluo e finto ragionevole, il vecchio adagio (risale al 1994), divenuto ormai senso comune, secondo cui denunciare gli atti eversivi del Governo, o comunque opporvisi, equivale a perdere tutte le elezioni da qui alla colonizzazione di Marte; anche lui ovviamente, ben lungi dallo spiegare l'abominio giuridico e morale delle nuove norme, ironizza sul fatto che
«rispunta lo stereotipo del Cavaliere-incarnazione-del Male».

(E allora, dottore, me lo dica lei se questo Paese ha la febbre. Sì, per quella malattia che dopo periodi di latenza, torna a farsi sentire. Spingendo il malato ad affacciarsi sul balcone o a desiderare che qualcuno vi si affacci).
jarocommenti (4)commenti (4) (popup)

martedì, 03 giugno 2008 | Permalink
categoria :

Comunicazione di servizio. Esperimento riuscito: nella provetta di Villa Balorda è stata ricreata Mari Pinta(u).

(Unico inconveniente: non ci si schiodano più dal Terrazzo...)

jarocommenti (4)commenti (4) (popup)

martedì, 20 maggio 2008 | Permalink
categoria :

E' stato ripreso con enfasi dai giornali l'articolo pubblicato sull'Osservatore Romano dal gesuita José Gabriel Funes, direttore della Specula Vaticana, ove si sosteneva che non vi è contraddizione tra il credere in dio e anche negli Ufo.

Perché tanto stupore? Si tratta di una verità lapalissiana e piuttosta ovvia.

(Così come non vi è alcuna contraddizione tra il credere nei fantasmi e anche nei fondi del caffé).

jarocommenti (6)commenti (6) (popup)

venerdì, 02 maggio 2008 | Permalink
categoria :
 
«Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
 
Ho pensato a questi versi di Montale, che chiudono magnificamente una delle poesie che più amo, una sorta di fedele manifesto del mio approccio alla vita e alle idee.
Mi sono venuti in mente guardando le labbra a fessura di salvadanaio di quel vecchio e gobbo senatore che sibilavano quel nome che pare una tautologia: Schifani.
Ecco l'unica cosa che posso dire: dichiarare una sorda estraneità a quella gente lì, a quell'Italia lì. Dissociarmene, rifiutarla, allontanarla.
 
(Ché il contenutissimo applauso seguito al raggiungimento dei voti sufficienti alla proclamazione, quasi a voler silenziare anche questo traguardo, dopo quello della vittoria delle elezioni, festeggiate in irreale sordina, e dopo una campagna elettorale anch'essa al sapore di cloroformio. Ché tutto questo mettere il silenziatore, dicevo, non può che preludere a uno sparo. E se sappiamo che a sparare sarà una classe politica connivente e collusa, ancòra si ignora chi si andrà a colpire. La dialettica parlamentare, quel lumicino di coscienza civica collettiva tuttora acceso nel Paese, o le stesse libertà costituzionali?)

jarocommenti (6)commenti (6) (popup)

mercoledì, 02 aprile 2008 | Permalink
categoria :

Per chi non ama leggere, abbiamo anche una diapositiva del post sottostante, quello ove si dà conto di come Morticia abbia colpito e affondato Giuliano Ferrara.

(E' opera del mio socio Zorro. Un grande, n'est-ce pas?)

se[1]

jarocommenti (10)commenti (10) (popup)

martedì, 01 aprile 2008 | Permalink
categoria :

Antefatto. Ieri alle 15,00, in Cagliari, era fissato un incontro pubblico sul tema dell'aborto tra il giornalista Giuliano Ferrara e Giovanni Monni, ginecologo dell'Ospedale Microcitemico di Cagliari.

Morticia e io ci presentiamo puntuali all'appuntamento in assetto da guerra (cioè a dire tailleur pantalone scuro per lei e grisaglia grigia per me: ché non si dica che siamo i soliti contestatari comunisti e no global).

Un portavoce di Ferrara informa che il giornalista ha avuto un rialzo pressorio e non potrà presentarsi al confronto. Il ginecologo, giustamente seccato, scambia due parole con il pubblico prima di andarsene.

Lo stesso pomeriggio, alle 18,00, è fissato un altro incontro pubblico con Giuliano Ferrara e il suo capolista in Sardegna, signor Loris Brunetta. Ancora acconciati in assetto di guerra, Morticia e io, irriducibili, e accompagnati questa volta da Nònna, ci ripresentiamo all'appuntamento. Il Brunetta, dopo una lunga prolusione tanto verbosa quanto superflua sul tema dell'aborto, soggiunge felpato che «d'altronde si tratta di temi su cui si preferisce non confrontarsi: oggi stesso il ginecologo Giovanni Monni si è sottratto a un pubblico confronto su questi temi».

Morticia, dall'ultima fila dove eravamo appostati, leva la sua voce dicendo: «Non è vero che si è sottratto al confronto!». Gelo in sala. Il Brunetta, in evidente imbarazzo, finge di non sentire e prova a proseguire. Morticia allora si alza in piedi e leva più alto il suo grido: posso assicurarvi che sebbene Morticia sia una ragazzetta minuta, in quel momento appariva quale una vera gigantessa, specie di fronte al povero Brunetta che di contro si faceva improvvisamente piccolo piccolo, ritrovandosi a balbettare smozzicando parole a vanvera. Tanto che doveva intervenire Ferrara, il quale adduceva che ci sarebbe stato in seguito uno spazio per gli interventi del pubblico.

(Spazio del quale Morticia, quale spietata leonessa, ha poi approfittato, brandendo il microfono e ruggendo, con la calma dei forti, il reale andamento dei fatti. Il Brunetta, atterrito, non replicava. Ferrara, in evidente imbarazzo, abbozzava. Siano resi onore e gloria a Morticia, che all'uscita veniva anche intervistata da Radio Press).

jarocommenti (11)commenti (11) (popup)