Non ricordo chi lo disse, né il suo tenore letterale, ma suona più o meno così: “un italiano, è spesso un genio; due italiani, un litigio; tre italiani, un partito”. Rende bene l’idea di un popolo talora genialoide, ma litigioso (per non dire bastian contrario) e tutto proteso verso il proprio ombelico: l’orticello, il particulare guicciardiniano. Nessuna speranza di un comune sentire, di un senso della collettività o addirittura - orrore! - della nazione.
La contemplazione del proprio ombelico – ça va sans dire – è un esercizio estetico di autocompiacimento: è la sublimazione della propria diversità, l’adorazione della propria furbizia nell’aver capito ciò che tutti gli altri – beoti! – non hanno capito e non capiranno mai.
Ecco, è qui, credo, che nasce un altro tipico vezzo italiano: la dietrologia. Le cose non stanno come si vedono, non corrispondono ai fatti - troppo semplice! - ma ci sta sempre qualcosa dietro. Qualcosa che solo io - che sono più furbo di te - riesco a vedere. Inventare, del resto, è molto più semplice che accertare i fatti e metterli in fila.
Ho sotto gli occhi in queste settimane l’ennesimo esempio di ciò che ho appena cercato di dire. Si tratta di due amici: Faber e Su Capitale.
Il primo è un artista genialoide prestato alla metallurgia, intelligenza vivissima, informatissimo (quasi maniacale nella ricerca delle informazioni sul mondo che ci circonda), colto (di una cultura onnivora e autodidatta: la migliore), capace di grandi intuizioni. L’altro è un idealista fervente e un imprenditore svogliato, un eterno ragazzo, generoso e buono (ma non privo di perfidie), capace di grandi slanci come di piccole meschinerie.
Entrambi sono viscerali (l’uno collerico esplosivo e l’altro collerico implosivo), permalosi (l’uno a fuoco di paglia, l’altro a lunga gittata), impegnati (l’uno con slancio individualista, l’altro con propensione alle masse), dotati di ideali politici (anarchico l’uno, sinistrorso l’altro).
Si muovono spesso a braccetto: sul piano tattico, Faber è la mente e Su Capitale il braccio; sul piano strategico l’inverso.
Li ho conosciuti sul terreno del cosiddetto impegno, di livello cittadino. Entrambi desiderosi di cambiare, almeno un po’, quest’orrida Italia berlusconiana.
Da qualche settimana, lodano la politica estera di Berlusconi e particolarmente quella energetica, deridono gli antiberlusconiani incapaci di vedere anche le cose positive che il premier fa e soprattutto succubi – quali adepti di una setta – di quelli che considerano i guru di questa assurda religione: la trimurti Travaglio, Di Pietro, Grillo è per loro il male assoluto. Citano articoli nei quali Berlusconi ha fatto bene a scendere in politica ed è visto quale vittima di un complotto (poteri forti e potenze estere, claro): poco importa che l’occasione sia la sentenza di un giudice civile del Tribunale di Milano, Raimondo Mesiano, un napoletano preparato e brillante, che è uso condire le sue udienze - che non di rado riguardano beghe di minuscole società di persone se non condominiali - con ironia pungente e battute salaci. Il classico servo degli yankee e dei poteri forti, non vi è alcun dubbio. Invero i prodromi di questo loro nuovo indirizzo li colsi già un paio d’anni fa, prima delle ultime elezioni, quando si dicevano arcisicuri che Berlusconi avrebbe perso, essendo ormai inviso ai “poteri forti” (ma chi cazzo sono, poi, questi poteri forti?). E questo la dice lunga sulla loro abilità vaticinatoria.
(Quello che mi sorprende, e un po’ mi fa cadere le braccia, è che due menti brillanti come loro non siano più in grado di riconoscere - per narcisismo, per bastiancontrarismo, per vezzo tutto italiano di essere sempre all’avanguardia dell’avanguardia, e così giungere infine nel fronte opposto, combattendo insieme all’invasore - quella che è un’evidenza, e non da oggi: che Berlusconi in vent’anni di televisione mirata ha ridotto le coscienze degli italiani a un colabrodo a colpi di natiche e tette; che poi ha preso il potere con l’appoggio, anzi insediatovi, dalla mafia (perché un tempo Sindona era appoggiato dal presidente del consiglio: oggi Sindona è il presidente del consiglio); che in quasi un ventennio di governo ha posto in essere, senza soluzione di continuità, atti eversivi - tecnicamente eversivi! - e idonei a frustrare e ridurre al silenzio ogni principio costituzionale e di ordinato governo, con la connivenza dell’opposizione, ammansita fin dal 1996.
Che tutto questo, per quanto si sia narcisi e originali, non può essere taciuto da chi abbia ancora a cuore uno straccio di senso civico e di decenza).
Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri. Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo .
Platone
Con questo articolo di fondo del filosofo ateniese, liberamente tradotto da Montanelli, quest'ultimo aprì il suo Giornale una mattina del maggio 1992. Uno dei tanti colpi di genio del grande vecchio, che fece appunto commentare a Platone, con un testo di inaudita attualità i fatti di Tangentopoli.
(Un testo che conserva la sua attualità anche oggi. Oggi che quel grande vecchio compirebbe cent'anni).
Benché morì ch’io ero ancòra un ragazzino, ricordo perfettamente certe sue espressioni disgustate, per tacere di certe parole di fuoco, nei confronti della ragazza dell’epoca di mio fratello, colpevole – benché bergamasca da generazioni – di avere carnagione scura e capelli crespi e neri.
(Si noti che si era pur sempre negli anni Ottanta e dunque non era carino esplicitare il motivo razziale, che pertanto rimaneva sottinteso: semplicemente persone come quella ragazza crespa erano indesiderabili, o comunque criticabili, o genericamente antipatiche o inadatte per motivi che non venivano esplicitati o comunque per motivi futili, se non puramente di facciata).
Lo stesso trattamento veniva riservato a tutte quelle persone, appartenenti alla sfera famigliare come a quella pubblica, le cui origini fossero slave, ebraiche, meridionali, mediorientali, africane, ovvero di idee comuniste, socialiste, o anche solo libertarie. Ma anche grassi, brutti, bassi e infermi.
Tutti in famiglia temevano quella donna orribile, dall’indubbio carisma, a parte mio padre, che ne era addirittura succubo.
Per parte mia ero letteralmente sopraffatto d’ira per le sue uscite (ma anche per il loro carattere sottaciuto, non esplicitato), alle quali opponevo dapprima – piccolo antesignano di Lisa Simpson – argomentazioni razionali, che però sfociavano ben presto in urla. Urla alle quali non arrivavo se era presente mio padre, il quale alla prima mia obiezione gridava furibondo: “Non rispondere! Come ti permetti?!”.
Mia nonna, per parte sua, colma di indignazione per l’intollerabile insolenza di quel piccolo nipote malnato, si limitava a chiedere a mia madre, colpevolizzandola, chi mi avesse messo in testa queste idee. E qui mi infuriavo ancor più, scagliandomi contro quel principio di autorità che aveva informato tutta la sua vita e secondo il quale niente può esser pensato se non è stato detto da una fonte più alta e autorevole di te, ciò che trovavo aberrante.
Ho tralignato. Quello che volevo dire era semplicemente che questa donna terribile mi viene in mente sempre più spesso avendo a che fare con questa Italia immonda e vomitevole. La penso con un ghigno sordido, e quasi ammirato. Penso a quante persone lei avrebbe messo allegramente in un forno crematorio, in base ai suoi sedicenti princìpi. Penso che per alcune di queste, avrebbe oggi il mio entusiastico beneplacito, sia pure per motivi assai diversi. Per esempio queste (tra parentesi i motivi per cui lei li avrebbe infornati):
Lucia Annunziata (affetta da quasi mongolismo, filo-israelita);
Joseph Ratzinger (pederasta);
Giuliano Ferrara (obeso, filo-israelita);
Gli italiani (levantini).
L’ho fatto. Erano anni che covavo una curiosità morbosa, di quelle di cui ti vergogni, di quelle che fanno male. Perché - fin da quel famigerato 1994 - volevo essere superiore, mi sforzavo con tutto il mio essere di convincermi che una condotta altera, e se mai uno straniamento dal mondo, potessero essere le armi migliori - o le uniche che mi erano concesse - contro l’avvento dello zoticume più abietto, della menzogna elevata a sistema e ad arma di propaganda, contro l’avvento della calunnia, dei manganelli catodici, dello spregio per le istituzioni e le leggi.
No, mi dicevo, devi avere la freddezza dell’entomologo. E andare. Osservare, sezionare, studiare quelle blatte rivoltanti, annusarne i miasmi, ascoltare il frusciare dello loro zampette pelose. Analizzare, sviscerare, anatomizzare quegli esapodi cancerosi che - come zecche - avrebbero dissanguato il Paese. O quel che ne restava.
Non ce l’ho mai fatta, non ne ho mai avuto il pelo sullo stomaco. Fino a ora. Ora, che il Paese è ormai ridotto a un cadavere putrescente. Ora, che la parabola si è compiuta più e meglio di qualunque più funesta previsione. Ora, che non c’è più niente da fare. O non fare. Ora che sai che tanto è tutto inutile.
Ora sì. E così, qualche settimana addietro, sono andato a una loro convention - così la chiamano, con il loro inglesotto da piccoli parvenus di provincia. Precisamente, l’apertura della campagna elettorale regionale, con la presentazione del Candidato.
L’epifania del Capo è preceduta dalla musica assordante degli altoparlanti, che - in uno sventolio ossessivo di bandiere - mandano a ripetizione una canzoncina idiota il cui ritornello (o meglio: il cui intero testo) è il seguente: “Meno male che il Capo c’è!”. Non è colore: ha uno scopo preciso. Il volume serve per rintronare, le bandiere per creare un clima finto festoso, la ripetitività del messaggio - semplice, consolatorio, assertivo - per convincere menti grulle.
Si tratta di tecniche di marketing, e neppure nuove: ho sùbito pensato a una causa che feci (e vinsi) alcuni anni fa per due gonzi che, esattamente con questi metodi, si ritrovarono ad aver sottoscritto un contratto per una multiproprietà che non avevano alcun interesse a concludere: il Giudice riconobbe che quelle tecniche (e altre che furono poste in essere) erano idonee a integrare un vizio del consenso tale da determinare l’annullabilità del contratto.
Ripensando all'entomologia, mi guardo intorno. Ci sono borghesotti di provincia, un gran numero di homines novi, cioè a dire palazzinari e ogni sorta di arricchiti. Soprattutto vi è, al gran completo, il sottoproletariato urbano, o ventre molle dell’elettorato.
Davanti a me, tre obesi (presumibilmente marito, moglie, sorella di lei), fulgido esempio di lumpen-proletariat: vestiti di stracci, sdentati, maleodoranti. Lui bercia sputacchiando facezie ammirate all’indirizzo del Capo, la sorella in disparte di fianco alla moglie, che, sottomessa al marito, applaude ogni volta che deve. Interrompe gli sputacchi del marito solo due volte: quando lui - dopo che sono stati accompagnati fuori dalle forze dell’ordine alcuni giovani contestatori - si alza per andare a riempirli di mazzate («voglio solo vederli, non faccio cazzate, giuro» protesta lui, mentre lei lo ammansisce gettandogli un osso); e poi quando - alla fine dell’abituale infinito sproloquio del Capo - lei chiosa in modo superbo: «Che ce famo de magnà, stasera?» (l’accento non era quello, ma il romanesco rende meglio la situazione).
Il Capo, nel tripudio, sale sul palco, insieme al Candidato. Sono laggiù, lontani, su un palco altissimo, ma tendi a guardarli su uno dei maxischermi, perché l’occhio della telecamera rimanda un’immagine più vicina e più chiara. E anche questo è un effetto studiato.
Il Capo si arrampica con il braccio fin sulla spalla del Candidato, come da copione consolidato (stesse identiche scene durante le recenti elezioni abruzzesi), e lo presenta alla plebe - che in effetti non lo conosce, perché ormai il Capo si diletta a presentare dei signornessuno per sfamare la sua volontà di onnipotenza - in uno sfavillio di battutacce da diporto e rappresentazioni familistiche da mulinobianco.
Il Candidato - un professionista stimato che nel privato è persona mite e signorile, dalla stretta di mano decisa e dal basso tono di voce, un poco timido, e fors’anche schivo - è costretto dalle rigide disposizioni dello staff del Capo a ricalcare in maniera pedissequa gli ormai consolidati (e riconoscibilissimi) stilemi di quest’ultimo: le braccia larghe appoggiate al palchetto, la mano sul cuore durante gli applausi, sorrisi finti di scimmia, voce tonitruante per gli slogan («Centomila-nuovi-posti-di-lavoro! Ce-la-faremo! Ce-la-faremo!»).
L’effetto - per questo sobrio fiscalista più avvezzo ai toni composti dei consigli di amministrazione che non a plebaglie festanti - è piuttosto imbarazzante: le posture gli sono del tutto aliene, i sorrisi scimmieschi assai imbarazzati, la voce, disabituata ai toni alti, gli diviene stridula.
(Ma lo strazio dura poco. Il discorso del Candidato dura non più di dieci minuti. Poi è già di nuovo tempo di cedere la parola al Capo, quasi invocato come una liberazione dallo stesso Candidato, evidentemente sollevato dal poter lasciare il palco. E scrollarsi di dosso - almeno fino al prossimo comizio - quelle pose ridicole da guitto).
Faccia di Robert De Niro e voce di Ferruccio Amendola: ora siete pronti per leggere il pezzo che segue.
Avete appena letto una delle strepitose invettive/sfuriate di Simpel, il mio nuovo fottutissimo eroe. Iracondo, carismatico, misantropo, umorale, amorale, incazzoso, strambo, super-ultra-politicamente-scorretto, istrionesco, tenero e in fondo anche donchisciottesco, potete fare la sua conoscenza acquistando il mirabolante romanzo di esordio di Matias Feldbakken, un ragazzo del 1973, danese ma norvegese d’adozione, sorta di jamesdean dei fiordi, almeno stando alla sua foto sulla quarta di copertina, ove è ritratto – impietosamente bello – con la sigaretta floscia, penzoloni sulle labbra.
The Cocka Hola Company, pubblicato nel 2001, è da poco uscito in Italia per gli orrendi tipi di Mondadori - Strade Blu (pagine tagliate male, refusi a gogò, sciatteria nell’uso delle regole dattilografiche). Racconta la storia di un gruppo di strampalati amici che mettono su una casa di produzione di film porno, ove la moglie di Simpel è una delle attrici principali e Casco e Tiptop, suoi amici, gli stalloni di punta. Ma i film porno, di cui pure i nostri eroi sono finissimi cultori, avendo anche stilato un decalogo di regole auree per la loro realizzazione (e il libro si apre proprio con la scena in cui si vìola una di queste regole auree, cioè il divieto di rappresentazione di qualunque forma di omosessualità maschile: in una complicata performance di threesome, Tiptop finisce per prendere in bocca la mazza di Casco…). Ma i film porno - dicevo - non sono altro che una forma di finanziamento per quelle che sono le attività principali del gruppo, e cioè le “azioni”: di resistenza, di opposizione, verso il resto del mondo, la sua ipocrisia, i suoi meccanismi perversi (è questo in effetti il primo romanzo di una trilogia della Misantropia scandinava, ma gli altri due testi non sono ancòra usciti in Italia). Obbiettivi di queste azioni, straordinariamente dissacranti e spesso irresistibilmente comiche (sul pullman che mi portava a Orio al Serio, deve essere stato piuttosto faceto, per gli altri passeggeri, vedermi sghignazzare da solo, tentando ignominiosamente di coprirmi con il libro davanti alla faccia) sono vecchi, bambini, critici americani, designer, operatori culturali, alcolizzati, famiglie del vicinato, e così via.
Avrete capito che questo romanzo sarà il mio libro feticcio del 2009 e dunque il vostro tormento e tormentone (per chi si fosse perso le puntate precedenti, il libro feticcio del 2004 è stato “Q”, nel 2005 il mitico “Eureka Street”, nel 2006 "La trilogia della Città di K", nel 2007 “La trilogia sporca dell’Avana” e nel 2008 “L’eleganza del riccio”).
Insomma, non potrete non innamorarvi anche voi di Simpel (e della sua banda), di cui vi voglio infliggere un’altra perla: nel brano che segue è alla prese con la madre di un compagno di classe del figlio (sì, Simpel ha un figlio, che non si capisce se sia un genio o un demente) alla festa pre-natalizia della scuola («Non c’è niente al mondo che mi faccia più schifo dei valori comuni. Niente mi repelle maggiormente. Per essere del tutto sincero, stasera mi sono portato Casco perché avevo una paura folle di questa festa natalizia di merda, non esiste posto al mondo che abbia una maggiore densità di valori comuni che gli incontri tra genitori. Di principio preferirei giacere sua una delle tavole da esperimenti di Dachau che stare qui seduto»). Ecco qui:
«…sa cosa dice del trattore? E’ così divertente! Sì, il mio piccino comincia proprio a esserlo per davvero. Lei ha bambini piccoli? Il trattore è…»
Simpel la interrompe.
«Scusi, non è per essere odioso o cosa, ma le è mai venuto in mente che ognuno dei venti miliardi di mocciosi nati nel corso della storia ha detto e-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e le stesse cose e che esiste la possibilità che per me sia una palla gigante starmene qui a sentire che suo figlio segue lo stesso modello?»
La donna tace mentre Simpel si gira verso il centro del tavolo. […] Poi dalla sinistra giunge il rumore di qualcuno che si sta raschiando la gola: la donna con il bambino ha evidentemente avuto il tempo di riflettere ed è interessata a controbattere. Si schiarisce nuovamente la voce per costringere Simpel a girarsi del tutto verso di lei prima di sentenziare:
«Una volta ho letto un libro, non ricordo precisamente quale, qualcosa su cui potrebbe riflettere e cioè: sai cos’è… no… sai cosa recepisce di te un perfetto sconosciuto nell’arco di tre minuti che tu non hai mai compreso? Cos’è?»
«Che sei scema?» suggerisce Simpel sentendo qualcuno ridacchiare accanto a lui.
(Non è adorabile?
Ho comprato questo libro a Milano, dove mi sono recato per un’udienza. E sapete – per dirla con Simpel – a quando mi hanno fissato la prossima udienza quei fottuti parrucconi del cazzo? Alla fine del 2011, quando quel vecchio parassita rincoglionito del mio cliente, ottuagenario, sarà già bello che crepato! Sì, devo liberarmi di Simpel al più presto…
Di libri, ne ho comprati altri due: Né qui né altrove, un regalo per la signora®, che - come me - è ghiottissima di Carofiglio, e dei suoi noir baresi.
E un saggio storico su Ronald Reagan, La parabola di Ronald Reagan - Da Hollywood all’ascesa dei neoconservatori (ombre corte editore): in epoca di Obama-mania, mi pareva sano studiare un grande - nel bene e nel male - Presidente del passato; e dell’opposta sponda. Un po’ come feci quella volta che usciva un nuovo album del Boss in contemporanea mondiale e - con Bassifondi e il Generale - andammo all’apertura straordinaria notturna della Feltrinelli per acquistarne una copia. Alla fine, mi feci con loro tutta la fila, e giunsi alla cassa con una copia di Darkness On The Edge of Town (anno 1978), disdegnando l’album appena uscito. La cassiera mi guardò perplessa e mi chiese: «Quello nuovo non lo prende?». «No» risposi, volgendo i tacchi).

Nónna, da qualche giorno, mi guarda con occhi diversi. Precisamente, dal giorno della caduta di Lehman Brothers Inc., e più ancòra in seguito al rocambolesco salvataggio di Aig.
In effetti, l'inverno scorso, in uno dei miei deliri visionari, gli avevo tratteggiato lo scenario a tinte fosche di un capitalismo sul ciglio dell'abisso, ove presto sarebbero cadute le prime banche, e ciò avrebbe provocato un effetto domino di livello planetario, una banca via l’altra, e poi le finanziarie e le assicurazioni, giù giù fino alla chiave del sistema, la moneta - il dollaro come l'euro - ridotta a carta straccia. Come il marco negli Anni Trenta, quando i tedeschi andavano a comprare un tozzo di pane pagando con carriole piene di quattrini.
Oggi qualcosa di simile pare stia cominciando a realizzarsi: per questo Nónna mi guarda come si guarda un profeta. Ma non mi pare che si stia cogliendo - né da parte dell'opinione pubblica, né da parte dell’uomo della strada – la portata epocale degli eventi che stiamo vivendo.
Un inetto come lui mai avrebbe potuto non solo concepirlo, ma neppure leggerlo, un discorso così. Eppure è così chiaro… Lo “spirito del capitalismo”, ecco il ventriloquo che si è servito di Bush, unica marionetta in grado di irretire le plebi una volta ancora, paventando che la fine del Capitale sia la loro fine. E non l’inizio di un’epoca nuova.
E se ancòra una volta se la caverà – per qualche anno ancòra – ci leveremo il cappello, come sempre in passato: e anzi fin d’ora gli portiamo tutto il nostro rispetto per la caparbietà disperata con la quale lotta per la propria sopravvivenza. A maggior ragione se si considera che il Capitale - il suo spirito, lo “spirito del capitalismo” – ben lo sa che questa non è una crisi strutturale, non è una depressione come tante del passato, non è un nemico da sconfiggere come lo fu il comunismo, e non è nemmeno una riedizione della storica crisi del Ventinove.

Comunicazione di servizio. Esperimento riuscito: nella provetta di Villa Balorda è stata ricreata Mari Pinta(u).
(Unico inconveniente: non ci si schiodano più dal Terrazzo...)
E' stato ripreso con enfasi dai giornali l'articolo pubblicato sull'Osservatore Romano dal gesuita José Gabriel Funes, direttore della Specula Vaticana, ove si sosteneva che non vi è contraddizione tra il credere in dio e anche negli Ufo.
Perché tanto stupore? Si tratta di una verità lapalissiana e piuttosta ovvia.
(Così come non vi è alcuna contraddizione tra il credere nei fantasmi e anche nei fondi del caffé).
Per chi non ama leggere, abbiamo anche una diapositiva del post sottostante, quello ove si dà conto di come Morticia abbia colpito e affondato Giuliano Ferrara.
(E' opera del mio socio Zorro. Un grande, n'est-ce pas?)
![se[1]](http://files.splinder.com/0358b0a436ad7907a9a6a8d8f1a2fe15.jpeg)
Antefatto. Ieri alle 15,00, in Cagliari, era fissato un incontro pubblico sul tema dell'aborto tra il giornalista Giuliano Ferrara e Giovanni Monni, ginecologo dell'Ospedale Microcitemico di Cagliari.
Morticia e io ci presentiamo puntuali all'appuntamento in assetto da guerra (cioè a dire tailleur pantalone scuro per lei e grisaglia grigia per me: ché non si dica che siamo i soliti contestatari comunisti e no global).
Un portavoce di Ferrara informa che il giornalista ha avuto un rialzo pressorio e non potrà presentarsi al confronto. Il ginecologo, giustamente seccato, scambia due parole con il pubblico prima di andarsene.
Lo stesso pomeriggio, alle 18,00, è fissato un altro incontro pubblico con Giuliano Ferrara e il suo capolista in Sardegna, signor Loris Brunetta. Ancora acconciati in assetto di guerra, Morticia e io, irriducibili, e accompagnati questa volta da Nònna, ci ripresentiamo all'appuntamento. Il Brunetta, dopo una lunga prolusione tanto verbosa quanto superflua sul tema dell'aborto, soggiunge felpato che «d'altronde si tratta di temi su cui si preferisce non confrontarsi: oggi stesso il ginecologo Giovanni Monni si è sottratto a un pubblico confronto su questi temi».
Morticia, dall'ultima fila dove eravamo appostati, leva la sua voce dicendo: «Non è vero che si è sottratto al confronto!». Gelo in sala. Il Brunetta, in evidente imbarazzo, finge di non sentire e prova a proseguire. Morticia allora si alza in piedi e leva più alto il suo grido: posso assicurarvi che sebbene Morticia sia una ragazzetta minuta, in quel momento appariva quale una vera gigantessa, specie di fronte al povero Brunetta che di contro si faceva improvvisamente piccolo piccolo, ritrovandosi a balbettare smozzicando parole a vanvera. Tanto che doveva intervenire Ferrara, il quale adduceva che ci sarebbe stato in seguito uno spazio per gli interventi del pubblico.
(Spazio del quale Morticia, quale spietata leonessa, ha poi approfittato, brandendo il microfono e ruggendo, con la calma dei forti, il reale andamento dei fatti. Il Brunetta, atterrito, non replicava. Ferrara, in evidente imbarazzo, abbozzava. Siano resi onore e gloria a Morticia, che all'uscita veniva anche intervistata da Radio Press).